Notiziario da Bangui n° 11 - 5 maggio 2014

Carissimi,

proprio qualche istante prima di partire per l’Italia, trovo un po’ di tempo per inviarvi qualche aggiornamento da Bangui.

Le celebrazioni pasquali sono trascorse abbastanza bene e la partecipazione della gente è stata altissima. La nostra chiesa è ormai troppo piccola per accogliere tutti i nostri amici. E per fortuna, come dice qualche mio confratello pieno di zelo missionario, che i nostri profughi non sono tutti cattolici e neppure tutti  

In occasione del Triduo Pasquale abbiamo accolto in convento un gruppo di dieci giovani aspiranti. Non sapendo dove alloggiare tanta benedizione del Signore, abbiamo trasformato il nostro refettorio (che ancora non utilizziamo, perché mangiamo nella sala del capitolo) in un simpatico dormitorio: quante belle cose si possono fare in un grande refettorio conventuale in tempi di guerra!

Per la Veglia Pasquale i nostri fedeli, con mia grande sorpresa e ancora mi sfugge il perché, hanno attaccato sui muri della chiesa decine di colorate farfalle di carta. Forse vi hanno visto un simbolo della risurrezione di Gesù che, come una farfalla, esce vittorioso dalla crisalide di morte che lo teneva prigioniero. E probabilmente non sanno che la farfalla è anche uno delle immagini più amate da santa Teresa per descrivere la trasformazione dell’uomo unito a Cristo. Padre Matteo ha cantato a squarciagola l’Exultet in sango, la lingua locale; purtroppo, a causa della pioggia battente sul tetto di lamiera, nessuno l’ha sentito, ma il Signore è risorto lo stesso. L’offertorio è stato un tripudio di danze, manioca e ananas che, a Bangui, sono enormi e gustosissime. Se a Natale i nostri profughi avevano cantato più forte della guerra, a Pasqua i nostri profughi hanno cantato più forte della pioggia.

Tuttavia la guerra non è finita. Ogni giorno, infatti, sappiamo di uccisioni e rappresaglie nei quartieri della capitale o in altre zone del paese. Se la presenza dei militari impedisce che tali episodi possano degenerare, la situazione resta comunque tesa e incerta. Anzi, proprio durante la Settimana Santa, la Chiesa Cattolica si è trovata nel mirino dei ribelli. A farne le spese è stato dapprima il vescovo di Bossangoa, una diocesi a 400 Km da Bangui. Mentre qui a Bangui celebravamo la Messa Crismale ci raggiunge la notizia del suo rapimento insieme ad altri tre sacerdoti. Per fortuna sono rilasciati il giorno seguente. Il Venerdì Santo, invece, un sacerdote centrafricano, della medesima diocesi, viene barbaramente ucciso mentre sta raggiungendo in moto il villaggio di cui è parroco. Al momento in cui vi scrivo non ho ancora notizie precise riguardo a queste due vicende. Se si tratta di due episodi isolati – state tranquilli: non è iniziata nessuna caccia al prete! –, essi manifestano chiaramente il clima d’insicurezza e di tensione che regna nel paese. E la Chiesa non sta sicuramente a guardare: continua la sua missione e può dare fastidio a qualcuno cui non piace la pace.

Torniamo al Carmel. Secondo l’ultimo censimento effettuato da un’ONG il numero dei nostri profughi è sceso e si è ormai stabilizzato a 7.500. Siamo uno dei 5 campi profughi più grandi della capitale. Vi sono state settimane nelle quali siamo stati molti di più. Resta comunque una bella cifra: ben cinque volte Cerrina, il piccolo paese della mia infanzia! Da circa due settimane siamo riusciti a liberare tutti i cortili interni del convento, occupati dai profughi dal 5 dicembre. Ora tutti i nostri ospiti hanno trovato rifugio sotto tendoni di plastica, dove possono abitare più famiglie insieme. Per l’esattezza, sono state costruite ben 79 tendoni: 21 da 80 m² e 58 da 160m². Vi sono poi da aggiungere un centinaio di altre piccole abitazioni abusive – per la carità, si fa per dire! – per una sola famiglia. Oltre alle tende sono state installate 116 latrine e 110 docce. Il nostro campo profughi è diviso in 12 quartieri. Ogni quartiere ha un responsabile coadiuvato da due consiglieri. Un comitato, composto di un presidente, un segretario generale e un sorvegliante, presiede e organizza ogni attività e movimento nel campo. Un’equipe di vigilanza per la notte e un’altra per il giorno (con tanto di fascia rossa al braccio e un rosario blu al collo) si occupano della sicurezza 24 ore su 24; altre due equipe sono incaricate della pulizia dei servizi igienici, delle docce, della pulizia del campo e della raccolta dell’immondizia. Immaginate di avere una media di 10.000 persone che stanno facendo una sorta di pic-nic, lungo 5 mesi, nel vostro giardino: qualche tonnellata di immondizia è inevitabile e l’erba è ormai un ricordo. Inoltre, sono stati creati tantissimi drenaggi per evitare l’allagamento delle tende durante le piogge più torrenziali. Un’altra equipe ancora, formata di giovani alquanto muscolosi, si occupa dello scarico dei viveri. Ogni due settimane, infatti, la Croce Rossa Internazionale deposita, in uno dei chiostri del convento, qualcosa come 16 tonnellate di riso, 6 tonnellate di fagioli, 2800 litri di olio e 12 grandi sacchi di sale. Infine, un consiglio di 10 saggi – uomini e donne – svolge un influente ruolo di controllo su tutte le attività. C’è poi uno spazio giochi per i bambini, un ambulatorio medico e una scuola. Il mercato gode sempre di buona salute e si sono aggiunti sarti, calzolai, falegnami e meccanici. In un cortile del convento è stato installato un serbatoio da 10.000 litri di acqua che, dopo essersi riempito durante la notte grazie alla nostra pompa, viene svuotato il mattino seguente, in meno di un’ora, tramite 12 rubinetti.

Tutti questi numeri possono darvi un’idea abbastanza precisa della straordinaria realtà sorta, poco a poco, attorno al nostro convento. Se vi dicessi che quasi non ci accorgiamo della presenza di tutta questa gente, mentirei. Ma sicuramente, da alcuni mesi a questa parte, i profughi sono quasi autosufficienti e il nostro ruolo si ‘limita’ ad accogliere gli organismi umanitari, presiedere le riunioni, trovare una soluzione agli imprevisti, intervenire per le urgenze, risolvere i litigi e aiutare i più poveri tra i profughi… Il nostro campo profughi è quasi una macchina perfetta che abbiamo imparato a guidare, giorno dopo giorno, anche se nessuno di noi aveva la patente per una vettura di questo tipo. Ogni tanto c’è qualche rallentamento e manca la benzina; ma poi si riparte… chissà fino a dove e chissà fino a Da pochi giorni è venuto a darci una mano padre Andrea, che era già stato in missione 20 fa.  Starà al Carmel un mese e si è subito ambientato bene. Al Carmel è passato anche padre Carlo, il fondatore della missione dei carmelitani scalzi in Centrafrica nel lontano 1971, diretto alla nostra casa di noviziato a Bouar. Padre Carlo, originario delle Langhe, ha ormai 77 anni, ma non manca anno che non venga a farci visita. Scrive libri di alta teologia e si occupa dei giardini con la stessa passione. Nato per comandare – ma non trovando chi fosse disposto ad obbedirgli – ha pensato bene di obbedire tutta la vita. Si autodefinisce un povero tappabuchi. Ma i buchi li tappa così bene… che, quando non c’è, sentiamo tutti la sua mancanza. Dice poi di essere un fifone, ma non è vero. L’anno scorso, quando c’è stato il colpo di stato, era qui. E non è scappato. E anche ora, che la situazione non è molto più tranquilla rispetto a un anno fa, non ha avuto paura e, senza farsi troppo pregare, è venuto anche lui a darci una mano (e a verificare se le mie lettere dicevano il vero!).

Quando osservo il miracolo del Carmel mi tornano alla mente le parole dette da Gesù a Pietro che, sconsolato, gli chiedeva quale ricompensa lo attendesse a lui che, come gli altri apostoli, aveva lasciato tutto per seguirlo. La risposta di Gesù – che promette la vita eterna, ma anche il centuplo su questa terra in campi, figli, fratelli e quant’altro – mi è sempre sembrata esagerata, utile solo a convincere gli ingenui, quasi una raffinata fregatura. Anche gli esegeti risolvono la questione sbrigativamente, affermando che si tratta di ‘linguaggio iperbolico’. Passi ancora per la vita eterna; ma i cento campi, i cento figli, i cento fratelli? Dai, siamo sinceri: chi li ha mai visti? Eppure, almeno per quanto mi riguarda, la matematica del Vangelo si è dimostrata più generosa di ogni mia previsione. Ho lasciato, sulle colline del Monferrato, un fazzoletto di terra, dove mio padre forse coltiva ancora due filari di buon barbera. E ora, eccomi in una proprietà di 130 ettari con 15.000 palme da olio. Ho scelto di non avere figli. E ora, stando ai parametri dell’ONU, dovrei averne qualche migliaio, una trentina dei quali nati addirittura nella sala da pranzo e altri che, con mio notevole imbarazzo, continuano imperterriti a chiamarmi papà. Ho lasciato, 24 anni fa, un fratello e una sorella. E ora, soltanto qui al Carmel, ne ho ben undici: una straordinaria squadra di calcio, della quale io sono l’indegno commissario tecnico...

Sarò in Italia dal 7 Maggio all’8 Luglio. Spero di rivedervi e di potervi dire grazie di persona.

A presto!

Padre Federico, i fratelli del Carmel e tutti i nostri ospiti

San Felice 12 aprile.............

PARCO PUBBLICO  dedicato a  “SANTA TERESA VERZERI”  Educatrice

A  San Felice del Benaco (BS) c’è un piccolo Parco pubblico dove i bambini possono trastullarsi e i loro genitori  trovare un po’ di benessere.

Sabato 12 aprile, alle ore 11:00, questo tranquillo spazio verde è stato “battezzato”  come


“PARCO  Santa TERESA VERZERI, Educatrice”

felice idea partita proprio dal Sindaco! Già verso le 10:30, tra panchine ed alberi, s’è andato formando un ampio cerchio di Suore Figlie del Sacro Cuore di Gesù di San Felice a cui si sono unite, con gioia, altre consorelle di Brescia, Paitone, Verona con la presenza sempre onorata e gradita della Madre Provinciale Suor Lorenza Morelli.

Qui il Sindaco ci attendeva sorridente e cordiale: ci ha accolto con un saluto ricco di stima e affetto, insieme. Ecco giungere il parroco Don Giuseppe, pronto per la Benedizione, poi un padre Carmelitano, la Superiora delle Suore Comboniane, gli Alpini e i Rappresentanti di Vari Circoli che mettevano in bella mostra i propri Gonfaloni.

Il cerchio si è esteso e infoltito con l’arrivo di alcuni Insegnanti con molti alunni delle Scuole: i ragazzi si mostravano serenamente compresi di questa importante Cerimonia. In tale contesto non poteva certo mancare la Banda che presto ci ha raggiunto al passo segnato da un bel motivo che voleva servire da gioioso saluto a tutti i presenti.  Altre persone non hanno tardato a stringersi attorno alle Figlie del Sacro Cuore di Gesù perché legate da lunga amicizia, affettuosa riconoscenza e sincera stima.

Il Sindaco Dr. Paolo Rosa, ha aperto il suo discorso dicendosi stupito di tanta affluenza e soddisfatto che con lui ci fossero presenti tutte le Autorità:  il Vicesindaco Simona Robusti, il Presidente del Consiglio Comunale Giovanni Rosina, gli Assessori, l’ex Sindaco, perché insieme desideravano esprimerci, così pubblicamente, la loro gratitudine.

A nome di tutti, il Sindaco ha affermato che è grande e sincera la loro riconoscenza per le numerose Religiose Figlie del S. Cuore perché da più di 40 anni si sono susseguite in S. Felice con una presenza e una vita che è un esemplare connubio di sofferenza serena e preghiera fervida per tutti, offerta generosamente
 a Dio.
 Ora il “NOME” dato al Parco pubblico vuole esprimere un chiaro elogio alla nostra Santa Teresa Verzeri perché rimanga sempre e per tutto il popolo, un luminoso MODELLO, non solo come Fondatrice, ma anche come Madre – Educatrice – Formatrice della gioventù – Animatrice di alti e autentici Valori, tuttora validi per questa nostra Società piuttosto sbandata, disorientata, segnata da crisi, problemi e difficoltà d’ogni genere sotto l’aspetto
politico, familiare, morale, economico ecc.  San Felice, ma anche tutta l’Italia – ha aggiunto - necessita di figure come Teresa:  solide, appassionate, generose, eroiche che si spendono con amore per ridare un senso e un futuro più luminoso alla gioventù. I valori inalienabili che  la Santa ha seminato con cura paziente, sono gli stessi che urgono oggi: la difesa della vita, la dignità della persona, il rispetto del prossimo, la solidarietà col povero, la cura amorosa del debole, nonché l’istruzione, la formazione morale – religiosa – civile, la cultura, la famiglia unita saldamente nella fede e nell’amore vero, il lavoro… Teresa s’è donata persino all’assistenza degli orfani e dei feriti per guerre e violenze, che erano l’orrendo scenario dei Moti rivoluzionari del tempo…

Terminato il discorso del Sindaco, è iniziato quello di Madre Cecilia Paris. Ella ha ritenuto opportuno mettere in tasca
 il copione che aveva preparato e rivolgersi al pubblico così… con scioltezza e spontaneità. Le sue parole erano indirizzate direttamente ai ragazzi delle scolaresche perché anche i più piccoli venissero a conoscenza della vita,
delle opere e di tutto il bene che Santa Teresa ha seminato nel solco dei suoi 51 anni di vita. Ha usato parole semplici, ma si sentiva che sgorgavano dal suo cuore caldo e vivace, tanto che subito ha catturato l’attenzione di tutti ed è riuscita a tenere a lungo incatenati a sé i vivaci. Della nostra Santa Fondatrice ha messo in risalto le numerose capacità di giovane, di donna, di madre spirituale, di educatrice, di formatrice della gioventù sul piano umano, religioso, morale, sociale…

Ha prediletto i poveri, raccolto ragazze togliendole dalla strada, ha insegnato varie attività alle più grandicelle perché si preparassero alla vita di spose e di mamme; ha aperto una filanda per assicurare il lavoro a chi mancava del necessario per vivere, ha dato vita a vari educandati e scuole, ha organizzato le neofite perché si preparassero con serio  impegno al Sacramento del Battesimo; è stata instancabile nei numerosi e disagiati viaggi; fu illuminata scrittrice e pedagoga, unica a quei tempi, ma soprattutto divenne grande SANTA, continuamente alla ricerca della Santa Volontà di Dio. E’ stata lungimirante: ha precorso i tempi! Per le sue Suore, che ha voluto chiamare Figlie del Sacro Cuore, che equivale a Figlie del Divino Amore, ha cercato soprattutto di plasmare lo spirito e di forgiare il cuore perché divenissero sempre più ardenti nello zelo e cariche di quell’amore puro che rende la Consacrata tutta di Dio e del prossimo. Come pioniera, quindi, ha realizzato tutto quanto torna validissimo, attuale e prezioso anche oggi, dopo 180 anni di storia. Dalla piccola “CULLA” in Bergamo dove è stata fondata da Teresa, ora l’Opera si è già estesa in America Latina, in Africa, in India, in Albania e in Romania dove le Suore di ogni nazionalità sono presenti nelle Scuole, negli Ospedali, nelle attività parrocchiali e sociali.

Così Madre Cecilia, con vive pennellate, ha messo in risalto la poliedrica personalità della nostra Fondatrice.

Intanto è giunto il momento atteso: “la SCOPERTA DELLA TARGA” nuova fiammante, con incisi a caratteri indelebili:


Tolto il candido velo che la celava, è scoppiato un caldo, fragoroso, prolungato applauso. Tutti eravamo commossi profondamente, toccati nell’intimo, spronati ad imitarla in tutto il bene che ha compiuto… Era come se ciascuno volesse dire: “Teresa, ormai sei anche nostra! Ti sentiamo in mezzo a noi, dentro la nostra storia…!” 

Il Parroco don Giuseppe si è accostato alla TARGA per la Solenne Benedizione che ha voluto estenderla a tutta la folla presente e oltre… La Benedizione ha raggiunto noi Suore, i bambini e i ragazzi che frequenteranno  il Parco coi vari giochi già pronti, i loro genitori, i nonni e tutti quanti si soffermeranno tra il verde per godere momenti di sollievo fisico e spirituale. Infine è stato consegnato, da parte dell’Istituto, un prezioso dono di ringraziamento al Sindaco, quindi si è passati ad una felice e gradita distribuzione di ricordini: medagliette, ciondoli, santini, quadrucci di S. Teresa per i ragazzi e la gente, mentre per gli Insegnanti sono stati donati i libri con la storia e la vita della Fondatrice.

Siamo rimasti ancora tutti uniti e compatti al suono gioioso e ritmato della Banda che si è esibita con vari brani, fino a concludere col significativo Inno Nazionale “FRATELLI D’ITALIA”. Tutti erano composti e sull’attenti, persino gli alunni che battevano a ritmo solamente la punta del piede per terra…

 Al termine di tutta la Cerimonia, l’assemblea si è sciolta in saluti, baci e abbracci amichevoli. Nel nostro cuore rimane stampato il dolce messaggio lasciatoci da Santa Teresa: “Tutto con amore e solo per amore”

Sr Serena Astori  fscj

Notiziario da Bangui n° 10 – 25 Marzo 2014

Carissimi Amici,
eccomi ancora una volta nella vostra casella di posta elettronica con nuove notizie dal fronte di Bangui. L’espressione ‘fronte’ non è forse troppo esagerata, se penso ad una delle ultime avventure che ci è capitata, proprio pochi giorni dopo avervi inviato la mia ultima lettera.
Nella seconda metà del mese di febbraio sono venuti a trovarci padre Emilio, il padre Vicario del nostro Ordine, padre Marco, il nostro provinciale, e fra Claudio, mio compagno di noviziato. Nonostante l’insicurezza, e con molto coraggio, i nostri confratelli sono riusciti a visitare tutte le nostre cinque missioni, attraversando il Centrafrica in macchina e in aereo, dormendo in alberghi di fortuna, distribuendo parole e generi di conforto. Non potete immaginare come la loro visita ci abbia fatto piacere e come la loro semplice presenza ci abbia rincuorato e permesso di sperimentare, ancora una volta, la vicinanza di tutti i confratelli e le consorelle del nostro Ordine. Qui al Carmel di Bangui i nostri ospiti sono arrivati con un volo dell’ONU e la loro visita è stata breve ma intensa. La mattina della partenza li abbiamo accompagnati all’aeroporto di buon’ora. Con me sono venuti anche fra Felix, fra Martial e André, il nostro autista tutto-fare. A meno di 1Km dall’aeroporto, costatiamo che la strada è interrotta da barricate e da alcuni pneumatici in fiamme. Un giovane grida verso di noi: “Dove credete di andare? Qui si muore tutti!”. “Parla per te, caro il mio anti-balaka!”, vorrei rispondergli. Ma, per fortuna, i nostri ospiti non conoscono la lingua locale. Siamo costretti a fare marcia indietro e cerchiamo di raggiungere l’aeroporto da una strada laterale. Vorrei tanto approfittare della situazione per prolungare il soggiorno dei miei confratelli, ma non posso permettermi di fargli perdere l’aereo. Lungo la strada attraversiamo una zona controllata da un grande numero di anti-balaka. Arriviamo infine all’aeroporto e, dopo aver superato il check-point dei militari francesi, raggiungiamo il parcheggio. Mentre scarichiamo i bagagli, cominciamo a sentire i primi spari. Ci precipitiamo al check-in. Il comandante dell’aereo informa che la partenza è anticipata, anche se dovesse partire con due soli passeggeri. Le formalità si svolgono rapidamente. Saluto i miei confratelli e il Vicario mi sussurra: “ Federico, penso sia bene che attendiate un po’ in aeroporto prima di ripartire”. Mai l’obbedienza mi è stata più facile. Partiti i nostri tre confratelli, ci consultiamo sul da farsi. Sono le 8 del mattino. Un proverbio, di quelli tramandati in latino dal buon padre Nicola, offre tre preziosi consigli di sopravvivenza, utili anche in casi del genere: “Nella vita è bene stare sempre davanti ai buoi, dietro i cannoni e lontano dai superiori”. I buoi sono al sicuro nella stalla del convento. I superiori sono anche loro al sicuro sull’aereo e tra poco saranno veramente lontano. Restano i cannoni. Ci voltiamo e, nel parcheggio dell’aeroporto, vediamo schierati davanti a noi una dozzina di carri armati francesi. Quindi, almeno per ora, siamo giusto dietro i cannoni. Pochi metri più in là, dalle vetrate dell’ingresso dell’aeroporto, osserviamo, attoniti, la guerra in diretta. Gli spari si susseguono senza tregua e colonne di fumo si alzano lungo la via di accesso principale all’aeroporto. La gente fugge.

Donne e bambini invadono l’aeroporto. Ad un certo punto i cecchini francesi, posizionati sul tetto dell’aeroporto cominciano a sparare pure loro… sopra le nostre teste. I colpi sono fortissimi. Ci sdraiamo per evitare che ci raggiunga qualche pallottola vagante. Dopo un po’ di tempo, riteniamo che sia più prudente mettersi dietro un muro in cemento, piuttosto che dietro le vetrate. Provo ad alzarmi, ma il rumore di una mitragliatrice mi fa rimbalzare per terra. Tutti i bambini si mettono a ridere gridando: “Mounjou a kwi! (L’uomo bianco è morto)”. “Mounjou a kwi ape (L’uomo bianco non è morto… e non ne ha nessuna voglia), rispondo ai miei simpatici compagni di avventura. Riusciamo comunque a raggiungere una posizione più riparata. Ci sdraiamo, mentre gli spari continuano per qualche ora. Telefoniamo ai nostri confratelli assicurandoli che stiamo bene e chiedendo se, dalla radio, riescono a capire cosa stia succedendo. Ma, a quanto pare, loro ne sanno meno di noi. Per occasioni del genere, il Manuale del carmelitano perfetto, che per fortuna non esiste, ma questo paragrafo tutti lo conoscono a memoria, è perentorio: “Nulla ti turbi. Nulla ti spaventi. A chi ha Dio nulla manca. Dio solo basta”. Provo a pregare, ma non ci riesco. Sparo solo qualche Ave Maria. Mi viene spontaneo ringraziare il Signore perché, dopo aver accolto dei profughi, per qualche ora sono profugo anch’io; e ho la grazia di vivere quella precarietà che la mia gente vive da mesi e di condividere questo momento con i miei confratelli. Verso mezzogiorno gli spari sembrano cessare e i carri armati si allontanano. Saliamo in macchina per tentare di ritornare a casa. Al check-point i militari francesi ci incoraggiano: “Ma dove crede di andare, mon père? Sparano ancora dappertutto. Se vuole proseguire, è a suo rischio e pericolo”. Ovviamente desistiamo. Facciamo marcia indietro e proviamo ad immaginare il resto della giornata. Come e quando torneremo a casa? Passeremo qui la notte, chiedendo di riservare per noi una tenda tra i centomila profughi dell’aeroporto? Dopo circa un’ora, mentre stiamo cercando di mangiare qualcosa, ci accorgiamo dell’arrivo di un’ONG che conosciamo bene. Organizzano un convoglio per evacuare alcuni colleghi rimasti bloccati come noi. Chiedo se possiamo unirci anche con noi. Accettano. In pochi secondi il convoglio è formato e, velocissimi, abbandoniamo l’aeroporto. Lungo il tragitto preghiamo tutti i santi del paradiso perché ci proteggano. Attraversiamo quartieri deserti, per i quali non passavamo da mesi, perché considerati ‘zona rossa’. Le case sono distrutte o incendiate, i tetti in lamiera divelti, nessun negozio, pochissime persone e carcasse di macchine: Gesù mio, com’è brutta la guerra! Alle 14 siamo finalmente in convento. Riabbracciamo i confratelli. E poi faccio una breve visita in chiesa per ringraziare il Signore di averci fatti ritornare a casa sani e salvi.
La vita del nostro campo profughi prosegue al ritmo delle stagioni e dei tempi liturgici. In occasione del Mercoledì delle Ceneri i nostri fedeli hanno superato, quanto a numero, zelo e devozione, gli abitanti di Ninive dopo la predicazione di Giona. Fino a pochi giorni fa il numero dei nostri profughi si era stabilizzato intorno ai 5.000. Ma, dal momento che in diversi quartieri di Bangui si spara ancora, la gente, anche quella che aveva provato a rientrare, spesso è costretta a ritornare da noi. Attualmente potrebbero essere intorno ai 15.000 (il 40% dei quali sotto i 15 anni). A Bangui i siti che accolgono profughi sono ancora 59, alcuni dei quali con molta più gente di noi. Queste cifre vi dicono le dimensioni e la complessità della situazione che tiene prigioniera la città. Pensavamo di risolvere tutto per Natale… ed ora siamo quasi a Pasqua.
Per questo motivo la nostra comunità, dopo tre mesi di emergenza, è stata costretta a fare un discernimento. Sul tavolo del capitolo conventuale quattro ipotesi. La prima: mandare a casa tutti i nostri profughi. La seconda: andarcene via noi e lasciare il convento ai profughi. La terza: aspettare che i profughi se ne vadano per poter riprendere la nostra vita normale. La quarta: provare a fare i frati con migliaia di profughi attorno al convento. La prima e la seconda ipotesi non le abbiamo mai prese seriamente in considerazione, se non durante la ricreazione o quando siamo un po’ stanchi. La terza è stata scartata perché dovremmo aspettare troppo, nessuno sa fino a quando. E poi avevamo una voglia matta di tornare a fare i frati a tempo pieno. La quarta ipotesi, quindi, è stata votata favorevolmente all’unanimità. Abbiamo così raccolto la sfida di fare i frati in un convento con annesso un campo profughi… certi della benedizione di Papa Francesco e dell’approvazione del Padre Generale.
Per questa ragione siamo stati costretti, anche se a malincuore, a ridimensionare il nostro piccolo ospedale d’emergenza, trasferendolo in una struttura all’esterno. Inoltre, anche se non è stato facile dare lo sfratto ad un centinaio di bambini, con solo una settimana di preavviso, abbiamo ripreso possesso della nostra Chiesa. È stato un po’ emozionante risentire il suono delle nostre voci nel luogo abituale della nostra preghiera. Il confratello sacrestano, scherzando, ha suggerito di fare una sorta di rito di purificazione. Ma i poveri non profanano un bel niente. Anzi è stata forse la loro presenza che ha come consacrato e reso ancora più bella la nostra chiesa. Rientrare nella nostra chiesa è stato come entrare nella stiva di una nave o nel ventre di una madre che ha salvato la vita a centinaia di bambini nel naufragio della guerra. E poi, proprio nella nostra chiesa, era nato Jean de la Croix, il primo bambino venuto al mondo al Carmel il 13 dicembre 2013.
Abbiamo anche ripreso le nostre attività apostoliche. Solo fra Jeannot non ne ha voluto sapere di riaprire il gruppo Santa Teresina che insegna a pregare ai bambini dai 3 ai 7 anni. Teme, giustamente, di avere troppi nuovi clienti. Anche il nostro gruppo vocazionale ha qualche nuovo candidato. Alcune settimane fa, un giovane tra i nostri profughi, di nome Alain, chiede di parlarmi. Avevo già notato la sua assidua partecipazione alla messa mattutina. Ci sediamo e, senza troppi preamboli, Alain espone le sue intenzioni: “Mon père, vorrei essere come voi”. Poi, come per assicurarmi di aver ben capito che è la preghiera il cuore pulsante del Carmelo, continua:“Potrei avere anch’io la vostra Bibbia con le preghiere (cioè il breviario)? Quando vi mettete a cantare in Chiesa, riesco solo a dire ‘dans les siècles des siècles’”. Ogni volta che un giovane apre il suo cuore ad un sacerdote e manifesta il desiderio di consacrarsi a Dio, al di là di come finirà un giorno la vicenda, c’è sempre come un reciproco brivido d’intesa e di complicità. Il giovane, fatta la sua dichiarazione, pensa di avere già fatto la professione solenne. Il sacerdote, più prudente, pensa che sia solo questione di fissarne la data.

Ora: il discernimento è cosa difficile a tutte le latitudini, ancor di più da queste parti. Quindi è bene non farsi illusioni. Ma, pensando al modo in cui Alain ci ha conosciuto, mi è venuto in mente un capitolo della regola di san Benedetto. Per colui che chiede di essere introdotto in monastero, la regola esige che il superiore metta alla prova le sue motivazioni, obbligandolo a sostare davanti alla porta del convento, per almeno quattro o cinque giorni, prima di essere accettato. Alain si trova davanti alla porta del convento da più di tre mesi… e quindi abbiamo ritenuto che fosse sufficientemente pronto per condividere un po’ di più la nostra preghiera e il nostro lavoro. E scoprire cosa faranno mai questi giovani frati quando non sono in giro tra le tende dei profughi. Dopo Alain si è presentato anche Jon… Il futuro di questi giovani, e di tanti altri, è ora nelle mani di Dio e delle vostre preghiere.
Gli studenti, cioè i sei confratelli più giovani della cui formazione sono responsabile, hanno ripreso gli studi di filosofia e teologia dopo tre mesi di vacanza. Ne avrebbero meritati altri tre per quanto hanno lavorato, ma anche loro avevano voglia di fare una cosa così normale come andare a scuola. E così, se al mattino disquisiscono di etica e metafisica, al pomeriggio guidano il trattore, distribuiscono riso e fagioli, risolvono con grande pazienza piccole discussioni che nascano tra i profughi. Anche il sottoscritto è ritornato a scuola, ma solo per un giorno. Tutti i responsabili dei siti di Bangui sono stati infatti convocati per una giornata di formazione. Ed io, che speravo di fare un dottorato in patrologia, mi sono ritrovato, dopo tre mesi di pratica e un giorno di teoria, con un diploma honoris causa in‘Gestione e coordinazione di un sito di profughi’ conferitomi niente poco di meno che dall’Alto commissariato dell’ONU per i profughi. La vita riserva sempre delle belle sorprese!
Vi ringrazio per l’attenzione con cui seguite le puntate della nostra avventura. Quello che all’inizio non era che un’e-mail inviata ad alcuni confratelli per informarli che avevano a cena qualche ospite in più, si è trasformato in un bollettino di guerra e di pace che sta facendo il giro del mondo. Spero di non annoiarvi troppo. Ma è anche vero che, se tardo a scrivere, dopo qualche giorno qualcuno comincia a chiedermi se tutto procede bene.
Un grande grazie, infine, a tutti quelli che, oltre che con la preghiera e l’amicizia, hanno voluto manifestare in modo concreto e generoso la loro vicinanza. Anche se molti di voi ci sono quasi sconosciuti, siete, ogni sera, nelle nostre preghiere.
Padre Federico, i fratelli del Carmel e i nostri ospiti

Notiziario da Bangui n° 9 – 13 Febbraio 2014

Carissimi amici,
il nostro campo profughi ha ormai superato abbondantemente i due mesi. Davvero chi l’avrebbe immaginato che quelle porte, spalancate il mattino del 5 Dicembre dello scorso anno, sarebbero rimaste aperte per così tanto tempo e che i nostri ospiti si sarebbero così affezionati al Carmel!
Evidentemente, se i nostri ospiti sono ancora qui, sebbene diminuiti, un motivo c’è. La situazione, infatti, stenta a migliorare in modo significativo. A Bangui non passa giorno, e soprattutto non passa notte, in cui non ci siano morti, saccheggi e regolamenti di conto. Ma la cosa ancor più drammatica è che, da diverse settimane, è ormai quasi l’intero paese ad essere teatro di scontri e di violenze senza precedenti. Se in capitale una certa presenza militare, soprattutto francese, assicura una relativa tranquillità e la possibilità di spostarsi senza rischiare troppo la vita, in provincia la situazione è molto più complessa. Tutta la zona nord-occidentale del paese è stata a più riprese oggetto di rappresaglie da parte ora dei seleka ora degli anti-balaka: saccheggi, uccisioni, case – tantissime case – e mercati bruciati.
Il paese è entrato nel vortice di una violenza becera che sembra non arrestarsi. Quello che all’inizio sembrava una lotta per il potere, si è ora trasformato in uno scontro tra queste due fazioni che hanno avvelenato il paese e mietuto vittime innocenti. La follia della guerra non ha risparmiato neppure le famiglie dei miei confratelli: a qualcuno è stato ucciso un membro della famiglia, a qualcun’altro è stata bruciata o saccheggiata la casa. Se i seleka, e chi li ha sostenuti, sono indubbiamente all’origine della situazione in cui ci troviamo, gli anti-balaka hanno dimostrato una violenza pari, se non superiore, a chi li ha preceduti e provocati.

Gli anti-balaka, che non sono musulmani, non possono dirsi cristiani. Se lo erano, le loro azioni dicono il contrario. Più volte, infatti, i vescovi hanno denunciato questa violenta reazione popolare, che i media hanno frettolosamente interpretato come cristiana. Ma, poiché non sono musulmani, la confusione è stata inevitabile. Ci consola la consapevolezza che, sebbene tutto ciò sia una vergogna, sono stati centinaia, forse migliaia, i musulmani che hanno trovato rifugio nelle parrocchie e nei conventi sparsi nel paese... salvandosi letteralmente la vita. Ma l’esodo di questa minoranza è ormai cominciato. Tantissimi musulmani – e tra questi anche alcuni nostri carissimi amici – sono stati costretti a lasciare il paese, pur essendo nati qui. A ciò si aggiunge un effetto collaterale che renderà ancora più difficile la già fragile economia del paese. Le poche attività commerciali del paese – soprattutto, ma non solo, la vendita all’ingrosso e al dettaglio dei generi alimentari di base – era infatti in mano ai musulmani. Il futuro del paese, anche quello economico, è quindi una vera incognita.
In questo quadro desolante c’è stato, il 20 gennaio, un segnale di distensione: l’elezione di un nuovo presidente nella persona di Cathérine Samba Panza, ex-sindaco di Bangui. Se pace sarà, quindi, sarà donna. Tale elezione è stata salutata positivamente dalla comunità internazionale. Cathérine Samba Panza ha poi una cosa alla quale i politici tengono molto e che faceva difetto a chi l’ha preceduta: il favore popolare. Ciò non toglie che il compito che le sta davanti sia difficile, quasi impossibile. È ancora presto, allora, per cantare vittoria e brindare alla pace. Del resto, nel nostro frigo, dorme uno spumante che non abbiamo ancora avuto il coraggio di stappare da due mesi a questa parte.
La nuova presidente ha in seguito nominato un nuovo primo ministro il cui cognome è tutto un programma:Nzapayeke, che significa ‘Dio c’è’. Un ottimo tandem con il vescovo di Bangui, il cui cognome,Nzapalainga, significa ‘Dio sa’. Quindi: Dio c’è e Dio sa. Queste due certezze, che non sembrano mai essere venute meno nel cuore di tutti i centrafricani, siano essi cristiani o musulmani, sono più che sufficienti per non scoraggiarci, sentirci al sicuro e andare avanti.
Ve lo ricordate padre Anastasio? Il suo soggiorno è stato breve, ma i nostri profughi lo hanno subito preso in simpatia. Tutti i nostri bambini hanno imparato a dire ‘ciao’… “anche senza dargli una caramella” (o, almeno, così sostiene padre Anastasio, noto in tutto il Centrafrica come père Ciao). Comunque se padre Anastasio avesse presentato la sua candidatura come presidente del Centrafrica avrebbe avuto qualche chance di vittoria. Qui al Carmel avrebbe stravinto. Ma purtroppo, dopo aver fotografato tutto il fotografabile, padre Anastasio è stato costretto a ripartire, confessandomi che non gli era mai stato così difficile lasciare il paese.
Per fortuna, al suo posto, è arrivato subito fra Nicola, un dono del padre provinciale per offrirci un po’ di auito e di sostegno. Fra Nicola, che proprio in Centrafrica scoprì, ormai più di vent’anni fa, la sua vocazione, ha lasciato il silenzioso Eremo di Varazze per questo convento trasformato in un chiassoso campo profughi. Mastica ancora un po’ di sango (la lingua del Centrafrica) dal sapore lucano e quindi il suo inserimento è stato veloce. Ha portato con sé una bella statua della Regina della Pace che è andata a ruba tra i miei confratelli per un giro di novene. Fra Nicola, quando non s’infiamma parlando della Madonna, sa fare veramente di tutto e appartiene a quella specie di frati dei più apprezzati e contesi nei conventi. Il suo soggiorno sarà breve, ma ci ha comunque dato una grossa mano.
Nel frattempo è nata una scuola d’emergenza, grazie anche all’iniziativa degli insegnanti cattolici presenti tra i nostri rifugiati. L’organismo incaricato di costruire la scuola avrebbe voluto utilizzare il nostro campo da calcio. Ma i miei confratelli, che sono stati alquanto generosi nell’offrire la chiesa per il sonno dei più piccini, molto sportivamente non hanno voluto sentir parlare di rinunciare al campo di calcio conventuale per farne una scuola. E quindi la scuola è sorta nel giardino delle suore, a pochi metri dal nostro cancello. Il giorno dell’inaugurazione, seduto sulla poltrona principale, ho ricevuto gli onori degni di un direttore scolastico di una popolatissima scuola con classi, purtroppo senza banchi e sedie, che sfiorano i duecento allievi. Mi hanno dato la parola presentandomi come Bwa Febaba ti adéplacés kwe ti Carmel (padre Federico, papà di tutti i profughi del Carmel)derico,

In questi giorni, la gioia più grande è vedere ogni mattina frotte di bambini che sciamano dal nostro campo profughi, con le loro cartelle griffate Unicef, per raggiungere le loro classi profumate di plastica… per fare una cosa così normale, così bella e così giusta come andare a scuola. Io, alla loro età, non mi ero accorto di essere fortunato perché i giorni di scuola superavano quelli di vacanza. Qui, invece, da alcuni anni, è purtroppo quasi il contrario. Se avete dei bambini, diteglielo prima che sia troppo tardi.

Purtroppo, se i bambini non mancano, la nostra fattoria ha subito un duro colpo a causa di diversi furti. A Bangui i prezzi dei generi alimentari sono a volte addirittura raddoppiati e la carne è diventata introvabile. Il nostro bestiame, quindi, fa gola a tutti, soprattutto ai ladri. Ma noi teniamo duro. Se mai ne usciremo da questo diluvio, le 22 mucche e le 37 anitre del Carmel saranno una sorta di arca di Noè, grazie al quale sarà ripopolato il Centrafrica. Quanto alla prosecuzione della specie umana, i centrafricani non hanno bisogno di essere incoraggiati.
Quanto a bambini, tuttavia, al Carmel non ne sono più nati. In compenso è arrivato Geoffroy, un bambino di circa 12 anni, proveniente da Bossangoa, una città situata a 400 Km a nord di Bangui. Geoffroy non ha fratelli, i suoi genitori sono morti a causa di una granata e la sua casa è stata incendiata; e lui, accompagnato da dei militari, è arrivato fino a Bangui. Dopo aver trascorso qualche giorno nel campo profughi dell’aeroporto – che ospita qualcosa come 100.000 rifugiati – un taxi-moto lo ho lasciato davanti al cancello del nostro convento senza troppe spiegazioni. E noi lo abbiamo lavato, vestito, nutrito, cercando di comprendere qualcosa della suo passato e di trovare una soluzione per il suo futuro. Nel frattempo, senza troppe difficoltà, Geoffroy si è adattato ad usi e costumi del convento, forse un po’ smarrito per tanta accoglienza da parte di 12 giovani frati, ma felice di poter dormire in un luogo sicuro. A noi, tutta questa simpatica e incredibile storia, è sembrata la versione africana di ‘Marcellino, manioca e vino’…
Abbiamo anche ricevuto la visita delle suore di Madre Teresa di Calcutta. Senza troppo rumore e zero burocrazia, questi angeli vestiti di sari sono riusciti a fare qualcosa che nessuna ONG era fin’ora riuscita a fare. Per ben due volte hanno offerto un pasto caldo per tutti – proprio tutti – i bambini: una zuppa di riso dolce. E, prima di ripartire, hanno preso con sé Pierre, un vecchio congolese ammalato, rimasto abbandonato nel fuggi fuggi della guerra.
C’è poi, qui al Carmel, un Corpus Domini quotidiano. Ogni mattina, al termine della celebrazione eucaristica nella nostra cattedrale di palme e cielo, riportiamo quanto resta dell’Eucaristia nel tabernacolo all’interno del Convento. Sembrano, ogni volta, le dodici ceste avanzate dopo la moltiplicazione dei pani. Il Santissimo, per nulla infastidito, attraversa il nostro campo di profughi in un caleidoscopio di colori, odori, fumi e profumi, fango e polvere. E, mentre compio questa surreale processione, ringrazio in cuor mio questa gente, che forse non sa che sta obbligando me e i miei confratelli a vivere un po’ di più il Vangelo.
Alla prossima!
Padre Federico, i fratelli del Carmel e i nostri ospiti

Una porta aperta.......

BERGAMO
Una porta aperta … sulla fraternità interconfessionale

Da un paio d’anni, in accordo col Segretariato Migranti della Diocesi, abbiamo la gioia di ospitare nella nostra casa di Bergamo Bassa un gruppo di fedeli della Chiesa Ortodossa Etiope, che hanno chiesto accoglienza per la loro preghiera comunitaria, ogni quindici giorni, la domenica mattina.
Non essendoci ancora, a Bergamo, una chiesa destinata alle celebrazioni secondo il loro rito, questo gruppo era stato precedentemente ospitato dai Frati Cappuccini di Borgo Palazzo. A un certo punto, però, l’ambiente che utilizzavano si è reso necessario per ampliare la mensa dei poveri, un preziosissimo servizio di carità che da anni i nostri frati esercitano nello spirito di S. Francesco, accogliendo quanti, sempre più numerosi, necessitano quotidianamente dei beni di prima E così, in una catena di carità che vede e vorrebbe soccorrere i bisogni non solo materiali, ma anche spirituali del prossimo (il fondatore Benaglio pensava le Figlie del S. Cuore dedite al “bene soprattutto spirituale del prossimo”!), ci siamo trovate a contatto con l’esperienza di fede dei nostri fratelli ortodossi con le loro tradizioni culturali. 
Ordinariamente si ritrovano in una grande sala, dove stanno a lungo in profondo raccoglimento e li sentiamo
pregare coralmente e cantare le loro melodie. La lingua è incomprensibile, ma il calore della fede e della comunione che ne scaturisce si comunicano senza parole!
Una volta all’anno, il gruppo si allarga perché giungono fedeli anche da Milano e da Brescia, per partecipare all’incontro di preghiera e di catechesi guidato da Abbà Samuel, sacerdote guida del luogo di culto milanese. E’ successo il 3 giugno, quando, con canti particolarmente gioiosi accompagnati dal battito delle mani al suono di un grande tamburo, i nostri amici si sono radunati in un ambiente più ampio del solito, addobbato con cura per la circostanza, con tappeti e fiori e numerose immagini religiose. Il tutto creava un’atmosfera di intensa sacralità. Abbiamo anche apprezzato che, in questi appuntamenti “speciali” del loro culto, i nostri fratelli ortodossi amano esprimere il senso della venerazione di Dio anche con una cura particolare del loro Le bambine, per esempio, arrivano agghindate a festa con abiti tradizionali che sono un’armonia di colori,
mentre le donne si ricoprono dell’ampio velo bianco che le distingue sempre nei momenti comunitari del culto religioso.

Domenica  è stato festeggiato il battesimo di Cristian. Ci hanno spiegato che il battesimo viene conferito ai maschietti a 40 giorni dalla nascita, mentre per le bambine il tempo è raddoppiato (80 giorni). Alla gioia dei genitori hanno preso parte anche numerosi amici e conoscenti etiopi, con le rispettive famiglie, provenienti sempre da Bergamo, Brescia e Milano. Anche il momento conviviale che è seguito, coi piatti tipici della loro cucina, è stato certamente una bella occasione per rinsaldare l’amicizia, l’unità e l’identità di popolo, tenendo vive tradizioni di una terra geograficamente lontana, ma affettivamente sempre presente. 
In queste circostanze, i nostri fratelli copti sono lieti di metterci a parte delle loro consuetudini non solo religiose, ma anche... culinarie!
Abbiamo così potuto assaggiare il pane e le pietanze che le donne preparano accuratamente e mettono poi in comune, dando ancora più “sapore” alla fraternità che nasce dalla fede condivisa e celebrata insieme.
Mentre Papa Francesco, con la forza della tenerezza cristiana, percorre i sentieri del dialogo interreligioso e incoraggia i credenti alla fraternità universale, noi diamo il nostro modestissimo contributo tenendo semplicemente aperta la porta di casa.
Un piccolo spazio della nostra grande casa si fa chiesa per chi ancora non c'è. E’ il contributo del “piccolo gregge”, come il Fondatore chiamò le Figlie del S. Cuore nel giorno della fondazione. E vorremmo che fosse non solo una questione di muri, ma di cuori.                                                      

La Comunità di Bergamo

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